I-day Milano Urban Festival 2009: Kasabian + The Kooks + Deep Purple. [Recensione e foto concerto]

I Day Milano Urban Festival foto - 2009

Non possiamo nemmeno dire che non eravamo stati avvisati: “Please don’t put your life in the hands of a Rock ‘n’ Roll band who’ll throw it all away”. Eppure quando sabato mattina il mio sms del buongiorno recita “Gli Oasis si sono sciolti. Cazzo” non posso che sentirmi mancare il terreno sotto ai piedi: ma come? Solo pochi giorni fa smentivano il fatto che l’I-day sarebbe stato il loro ultimo palco come gruppo per almeno cinque anni…e invece, colpo di scena, gli Oasis si sciolgono saltando le ultime tre tappe del tour. Rabbia, incredulità, delusione, panico. È tutto quello che mi ritrovo attorno domenica pomeriggio: in fondo gli Oasis sono sempre gli Oasis. Anche assenti, sono sempre loro le star dell’evento.

Mi ritrovo circondata da irriducibili che nonostante tutto indossano tees, berretti e bandiere del gruppo più discusso della settimana. Uno stendardo recita un adorante “Oasis will live forever”, qualcun’altro si è dipinto sulle braccia la scritta “To be where Oasis are”, qualcuno ancora ha corretto il logo sulla maglia decorandolo con un “Fuck off”. In molti cantano a pieni polmoni il ritornello di “Don’t Look Back in Anger” e “Live Forever” e fra questi molti in fondo in fondo sperano ancora in un miracolo last minute con gli Oasis che si presentano a sorpresa per un ultimo show. E ciononostante, qualcuno sembra essere ancora all’oscuro del divorzio dei fratelli Gallagher…

disappunto per l'assenza degli Oasis
Disappunto per l'assenza degli Oasis

Nonostante il lutto di buona parte del pubblico lo spettacolo deve continuare e gli Hacienda, unico gruppo italiano presente al festival, partono alla conquista del palco.

Come da pessima tradizione, il loro ingresso viene accompagnato dai classici coretti scoraggianti destinati alle band supporter e ai gruppi minori dei festival. Ottimo segno, però, che gli stessi coretti si siano spenti nel giro di 20 secondi per lasciare spazio a sguardi sorpresi e soddisfatti. Alcuni amici e fedeli sostenitori della band, infettivamente disseminati fra il pubblico, fanno partire cori e battimani, ma non ci vuole molto per convincere il pubblico dell’I-day a sostenere il gruppo, saltando e cantando a squarciagola insieme a loro. Gli Hacienda sono padroni del palco, per nulla intimiditi dalla folla umana che ritrovano ai loro piedi, vogliono convincere  con il loro sound alla Arctic Monkeys e ci riescono al mille per cento. Sono carichi ed esaltati (ne sa qualcosa William che dopo un euforico salto a mezz’aria si è ritrovato in mano una chitarra sprovvista di tracolla: era volata più in alto di lui…), e prima che il loro set finisca, in testa ho già preparato il promemoria: “passare al merch e comprare il loro EP”. Posso affermare che sono stati 10€ ben spesi (Sono già diventata addicted a “Little boy” e “Conversation less”), anche se in versione live colpiscono molto, molto di più.

The Hacienda
The Hacienda

Dopo mezz’ora di concerto è  il momento di cedere il posto agli Expatriate, band australiana che, purtroppo, riserva un’esibizione alquanto deludente. Il paragone con la band italiana che li ha preceduti non regge: in confronto alla loro performance, il soundcheck degli Hacienda è stato molto più coinvolgente. Nonostante gli sforzi del bassista Dave Mollan, gli Expatriate risultano meno convinti, direi quasi apatici. Peccato, perché in realtà i loro pezzi non sarebbero niente male, ma è la dimensione del ‘live’, dello show nelle sue varie sfaccettature che non prende per niente. Solamente con l’ultimo pezzo della loro setlist si riprendono un po’ offrendo una performance discreta, ma che di certo non basta a recuperare 35 minuti di show non sfruttati.

Expatriate
Expatriate

Fortunatamente ci pensano i Twisted Wheel a ricaricare il pubblico che già li conosce ed è preparato sui testi. Giusto il tempo di scaldarsi con un paio di brani e su “You stole the sun” parte un pogo incontenibile grazie al quale riesco ad avanzare dalla decima fila alla terza. Nel frattempo, nel backstage a lato palco si raduna una schiera di addetti ai lavori e privilegiati che, sorseggiando tranquillamente bidoni di birra, godono del doppio spettacolo della band di Manchester sul palco e del pubblico che ribolle e si esalta a terra.

Twisted Wheel
Twisted Wheel

Fra un cambio palco e l’altro, continuano i cori che invocano gli Oasis e un dubbio sorge spontaneo: sarà solo un omaggio ai fratelli paccàri o davvero qualcuno pensa ancora che gli headliner di stasera saranno i Gallagher bros? Mentre la domanda rimane sospesa e irrisolta, sul palco si procede a preparare una scorta di alcol destinata ai Kasabian, probabilmente la band più acclamata del festival (anche se la mia potrebbe essere una percezione distorta provocata dalla folle passione che mi lega al gruppo).

Occhiali da sole, Clarks blu oltremare e bicchiere in mano, fa il suo ingresso Tom Meighan seguito dal resto della band: un boato e ormoni a mille, si salta, si urla, si canta, si suda. Potremmo continuare così all’infinito ad assecondarli, a goderci ogni singolo attimo della loro performance. Anche la folla di privilegiati a lato palco si moltiplica, e ci sarà un perché.

Lascia un po’ l’amaro in bocca l’assenza di “Reason is Treason”, ma i Kasabian sanno comunque farsi perdonare regalandoci chicche del loro repertorio come “Vlad the Impaler”, “Shoot the Runner” e “Fire”, ma purtroppo anche il loro set finisce.

Kasabian
Kasabian

Infinito cambio palco con il medesimo cd di sottofondo impostato in repeat da ore (suggerimento per la Indipendente: perché non mettere un dj che occupi gli spazi fra un’ esibizione e l’altra? O quantomeno preparare una selezione di almeno 4 o 5 cd da alternare! -Vi assicuro che quando si ascolta per la dodicesima volta “Can’t buy me love”, anche i Beatles vengono a noia…)

Nel frattempo il sole è calato e si sa, con la complicità del buio lo show guadagna sempre punti. Arriva il ciclone The Kooks, o meglio il ciclone Luke Pritchard, che apre il concerto dedicandolo a un gruppo di ragazzi conosciuti qualche sera prima a Milano.

The Kooks
The Kooks

Che posso dire, alla fine i Kooks SONO Luke Pritchard: il frontman è l’unico dei quattro membri del gruppo a riempire il palco, a fare scena, a regalare. Il tutto grazie –o nonostante– un evidente stato di alterazione psicofisica che lo mette in difficoltà nel mantenere l’equilibrio (come si sia tenuto in piedi per un’ora e dieci di concerto resta un mistero) ma che non gli crea alcun problema nel tenere la voce che, anzi, suona perfettamente identica al cd (e in questo riconosco il maggior pregio e il maggior difetto dello show).

In compenso, quando cerca di parlare col pubblico in un inglese biascicato,  riusciamo a cogliere soltanto una parola ogni dieci, di cui un paio, così come prima di loro hanno fatto Expatriate, Twisted Wheel e Kasabian, vogliono esprimere solidarietà ai fan degli Oasis: life goes on, the show must go on.

La scenografia dei Kooks è essenziale, minimal, teli bianchi e giochi di luce. C’è spazio per un improvvisato microtributo agli Oasis (“Live forever”) che introduce “She moves in her own way” seguita dal clou della loro setlist: “Do you wanna” e “Naive”; c’è un bagno di folla con mani fameliche che cercano si sfiorare Luke anche solo per un nanosecondo e c’è una chiusura di concerto con chitarre e basso scaraventati a terra con disprezzo: non è possibile, mi toccherà davvero aprire un comitato no-profit per la difesa degli strumenti musicali! Insomma Luke, ho capito che sei una rockstar, ma gli strumenti sono sacri!

Luke Pritchard
Luke Pritchard

Comunque sia, bello show, non c’è che dire, ma nel complesso mi sarei aspettata di più da loro, e rimango dell’idea che in scaletta i posti di Kasabian e The Kooks avrebbero dovuto essere invertiti.

Mentre per l’ultima volta questa sera il palco viene riallestito, mentre il solito cd echeggia in loop nelle mie orecchie, la stanchezza inizia ad impadronirsi di me e di molti altri attorno a me. Comprensibile direi: in fondo abbiamo resistito stoicamente a sette ore di concerto, pogo, passione e sofferenza. Qualcuno se ne va, in molti non sono interessati agli headliner di riserva: i Deep Purple.

Deep Purple
Deep Purple

Onestamente sono preparata al peggio, non dalla band ma dalle reazioni del pubblico. Immagino quanto debba essere frustrante per un gruppo che negli anni ’70 ha scritto pagine della storia del rock venire a presenziare come gruppo principale in un festival in cui nessuno (o quasi) è venuto apposta per vedere loro. Mi aspetto proteste, insulti, boati…invece, sorprendentemente, le mie catastrofiche previsioni si sono rivelate infondate. Ian Gillan e soci salgono sul palco ad insegnare un po’ di hardrock ai presenti e a dimostrare che, quando il cuore batte al ritmo giusto, non ci sono dentiere o capelli bianchi che tengano.

E mentre sotto palco i presenti apprezzano la lezione, nel backstage si radunano –oltre agli addetti ai lavori– anche  i Kasabian con Pizzorno in prima fila ad inneggiare e battere le mani, a deridere un tecnico (?) sdraiato sul palco nascosto al pubblico dagli amplificatori (non chiedetemi perché). L’atmosfera è carica ed estremamente rock’n’roll quando il mio sguardo viene rapito da strani movimenti sulla sinistra del palco: una polo gialla con uno skinny boy al suo interno mima per due volte l’intenzione di saltare fra il pubblico. Alla terza, vedo Jonny Brown prendere la rincorsa e lanciarsi nel vuoto verso il pubblico: le teste si girano, tutti a cercare il cantante dei Twisted Wheel per accertarsi della sua salute fisica (quella mentale è palesemente ormai andata…).

Fortunatamente, poche ore dopo ho assodato coi miei occhi che Jonny è ancora vivo e vegeto: un megalivido sulla pancia e qualche escoriazione sulla gamba sono tutto ciò che ha rimediato dall’incontro ravvicinato con la transenna. E mentre orgogliosamente esibisce la sua resistenza fisica, Jonny fa la felicità dei fan che si ritrovano a condividere la hall con lui –e dei baristi dell’albergo– offrendo ai presenti aneddoti e frasi senza senso conditi con una dose infinita di vino bianco. Grande Jonny: “spacco tuuuutto”!

Un pensiero su “I-day Milano Urban Festival 2009: Kasabian + The Kooks + Deep Purple. [Recensione e foto concerto]”

  1. a parte il fatto che ancora oggi i Deep Purple sono un gruppo che all’anno viene visto non so da quanti milioni di persone al mondo (vedere le date dei loro tour per verifica), non penso che sia stato frustrante per loro presenziare al posto degli Oasis…anzi! direi che il fatto che molta gente che non li conosceva è rimasta ed ha apprezzato fa capire che sono una band di fuoriclasse assoluti.
    se al contrario gli Oasis avessero sostituito i Deep Purple in un qualsiasi festival rock (questo non era un festival rock..al massimo pop-rock), i pomodori si sarebbero sprecati.

    cmq bell’articolo.

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