Electricity il nuovo singolo degli Arctic Monkeys per il Record Store Day.

Alex Turner e soci hanno annunciato un nuovo pezzo dal titolo “Electricity” che andrà a fare da B-side al singolo “R U Mine?”, la cui uscita su supporto fisico è prevista in edizione limitata in occasione del Record Store Day, il prossimo 21 aprile. Gli Arctic Monkeys attulmente in tour negli States, hanno anche espresso la volontà di mettere in cantiere un nuovo album.

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Depeche Mode- Tour of the Universe ’09 Future Show Station (BO)

Quella che state per leggere sarà una recensione breve e concisa, ma decisamente di parte. Eh sì, perchè quando si parla di DEPECHE MODE non riesco assolutamente a non esserlo. Con ancora le lacrime agli occhi, farò una piccola recensione su quel meraviglioso SHOW che è stato il concerto del 25 novembre al Futur Show Station di Bologna. Perchè è di questo che stiamo parlando, di un vero e proprio SHOW. Ci ho messo del tempo a scrivere questa piccola recensione, lo ammetto. Ma il motivo è semplicemente per un senso di riconoscenza nei loro confronti che mi spinge ad aspettare in modo da creare un qualcosa che renda quanto meno minimamente giustizia a quello a cui ho assistito. I depeche mode mettono in scena un concerto di due ore che porta con sè un misto di emozioni che ci fa viaggiare per tutta la storia della magica band inglese. Appena si entra, le luci si spengono e il tutto comincia. Tutto è buio, scuro e le uniche cose che guidano noi spettatori sono la luce della scritta DM su un immenso led nero accompagnata da un intro elettronico che si è potuto riconoscere all’interno dello stesso Sounds of the Universe. Il nostro cuore batte all’unisono con i suoni di una musica che ci immerge già da subito in un’atmosfera davvero unica. E poi finalmente tutto comincia. Il concerto è costellato da elementi grafici che scorrono dietro la band. Il tutto è davvero curato e quando si vedono immagini come queste non si può che rimanere per un attimo naso all’insù e bocca aperta.


Si passa quindi da momenti di incredibile carica con WRONG dove un led rosso fuoco e un DAVE adrenalinico ci danno sensazioni mitiche facendoci sentire invincibili e in grado di poter davvero conquistare il mondo, a momenti di pura poesia con solo una chitarrra, una luna piena e Martin che ci fa sentire a “casa” con HOME. La sua voce possente e uno splendido effetto creato dal led ci portano in una situazione intima e racchiusa, come se in quel palazzetto fossimo in pochi, come in riva ad un lago illuminati solo da una splendida luna.

Momenti di pura follia vengono raggiunti durante uno di quei capi saldi del mondo DEPECHE MODE che noi fan amiamo chiamare “GRANO”. I fan più accaniti avranno già capito di che cosa sto parlando, Never let me down again infatti viene accompagnata da più di 20 anni con un regalo che il pubblico di ogni palazzetto fa a questo magico gruppo di Basildon. E mentre le mie braccia oscillano da destra verso sinistra quasi come se avessi perso il controllo di me, guardo il led e, come sempre, il risultato è davvero davvero emozionante. Come un campo di grano che si muove con il vento, le nostre braccia, come d’altronde i nostri cuori, si muovono a tempo di musica. Una lacrima bagna il mio viso e come al solito penso che fare parte di un evento simile è davvero qualcosa che non ha prezzo. Il pubblico risponde entusiasta a questo immenso turbine di emozioni. Per tutto il tempo, il led continua ad offrirci filmati ben curati e piedi di colori e quasi non ci da il tempo di renderci conto di tutto quello che abbiamo attorno. I nostri occhi finiscono per venire illuminati da tanti palloncini colorati ballonzolanti, o da un foglio bianco che piano piano viene riempito di poesia da una macchina da scrivere.

Tutto questo è il mondo Depeche mode. Un macchina di emozioni fatte di note e parole che da più di 20 anni riesce ad emozionare generazioni e generazioni con la sola semplicità di una voce, una chitarra, tanta originilità e tanto tanto cuore. Come nelle più belle fiabe, in men che non si dica il concerto finisce, lo show giunge al termine e dal rosso e il verde delle luci del palco si passa alla luce del palazzetto che mi penetra negli occhi come quando sei piccola e la mamma ti apre le finestre per costringerti a svegliarti.  Putroppo tutto finisce in fretta ma il mio cuore batte ancora quando esco e arrivo alla macchina, il mio cuore batte ancora mentre arrivo a casa e mi butto nel letto cercando di prendere sonno e il mio cuore batte ancora adesso mentre rivivo quella notte cercando di scrivere questo umile articolo. E allora, come dice sempre Dave, Enjoy, See you next time.

Muse @ PalaIsozaki Torino 4.12.09 : foto e recensione del concerto

9 dicembre 2006: mi trovavo sotto la neve di Monaco a battere i denti aspettando che lo Zenith aprisse i cancelli. 4 dicembre 2009: scongiurando perché non piova o nevichi anche questa volta, mi ritrovo a congelare aspettando che il PalaIsozaki apra i cancelli. Molti déja-vu e una costante: dall’altra parte della barricata mi aspettano i Muse.

Dopo ore passate a saltellare come pinguini per non perdere la sensibilità agli arti inferiori, arriva il momento dello scatto felino: cancelli aperti, biglietti strappati, banchetto del merch, banchetto dei paninari, cerca il guardaroba: appena entri a destra; scusi il guardaroba? appena entri a sinistra, guardaroba si, guardaroba no: se al PalaOlimpico esiste, di sicuro sta giocando a nascondino e io non ho tempo da perdere. Tengo con me armi e bagagli e corro alla conquista di un posto degno.

Volere è potere recita uno dei classici mantra, e infatti eccomi qui: seconda fila, lato destro del palco. Fortunatamente la security non fa storie per lasciarci gettare malamente giacche e zaini oltre la transenna (diversamente dal Rock in Roma, aggiungerei). Ok, è andata, adesso puoi respirare. Mi guardo attorno, le tribune si popolano, gli striscioni vengono appesi: alcuni davvero carini (MyouSE electrify our lives), alcuni un tantinello meno poetici (United States of Porchetta); molte chiome colorate: avvisto un paio di revivalisti degli esperimenti cromatici del Bellamy Old School e poi una decina abbondante di parrucche rosa e fuxia (per scoprirne il significato, cercate su youtube qualche video live del concerto del 30 maggio 2007 a Firenze).

Aprono i Biffy Clyro: se non fosse che a seguire c’è quel power trio dei Muse, verrebbe da pensare che sono loro gli headliner del concerto, altro che supporter band! Fin da subito mettono le cose in chiaro facendo capire che loro su un palco ci sanno stare e, soprattutto, sanno come obbligarti a mantenerci lo sguardo incollato. Certo, mettere in bella mostra il torso nudo di Simon e i suoi tatuaggi è una strada facile, non è che si faccia tutta questa fatica a seguire la sua schizofrenica figura sul palco, ma c’è dell’altro, ben altro: ritmo, sound, voglia di spaccare… quello che volete! I pezzi del loro set, breve ma intenso, sono trascinanti e il modo in cui Simon si contorce e accanisce sulla chitarra è ipnotico. Ci scappa anche un micro incidente in diretta quando uno stage assistant ha la sfortuna di trovarsi nella traiettoria di volo di Simon che spicca il salto dagli amplificatori a lato drum set: si sa, bisogna fare attenzione alla foga del live.


L’intervallo per il cambio palco è condito da annunci –inascoltati– con cui si avvisa che lo show verrà ritardato finché i corridoi sugli spalti non saranno  stati liberati: un pensiero unanime si solleva dal parterre “alzatevi da quei maledetti gradini!!”. Nel frattempo con un’inondazione umana, davvero inquietante vista dalla mia postazione, il parterre viene ulteriormente farcito –il perché resta un mistero. Non mancano cori di allenamento per il NO B-day di sabato che alla fine non sono nemmeno troppo fuori luogo: del resto è pur sempre l’ultima data del The Resistance Tour…

E poi via, con una scossa elettrica che ti attraversa la spina dorsale le luci si spengono, i maxischermi che avvolgono le tre colonne luminose si animano: una schiera di figure umane che salgono le scale per poi lasciarsi cadere nel vuoto sono il preludio all’inizio dello show. Si parte con Uprising, si parte a mille, si continua con una setlist di altri 21 pezzi con cui già prima della quarta canzone ti ritrovi felicemente senza voce, otto brani tratti da The Resistance più regali per il pubblico come Butterflies&Hurricanes e Sunburn, chicche drum&bass come Nishe e Helsinki Jam con cui Chris e Dominic ci ricordano che Bellamy non è l’unico mostro sacro del trio.

Come si può facilmente dedurre dallo stile cyber kitsch del video di Undisclosed Desires, i Muse hanno un malcelato gusto per la tamarraggine che trova la sua massima espressione negli occhiali luminosi con cui Matt apre il concerto, ma questo importa poco quando su un palco sanno mettere in piedi uno spettacolo micidiale che riesce a sviscerare ogni singola molecola del tuo organismo per farla saltare, cantare e delirare.

Quest’atmosfera esaltante viene parzialmente spenta da individui pesantemente calati che mi ritrovo accanto: una coppia di over 40 talmente sfatta da far preoccupare la security che si avvicina alla donna chiedendole se sta male e ha bisogno di qualcosa (no guarda, non è la calca del concerto ad averla ridotta così, tranquillo…) e aggiungiamo poi un trio particolarmente insopportabile comparso alle mie spalle durante Undisclosed Desires ad urlare versi senza senso sopra le parole di Matt e molestando rovinosamente il resto dei fan. Ma in certi casi il pogo viene in nostro aiuto e con molta nonchalance riusciamo a sfogare un po’ di sana cattiveria e vendetta assestando gomitate, pestate di piedi e quanto dettato dall’ispirazione del momento. La tattica funziona: il trio cambia posizione. Ma senza istinti omicidi e sete di sangue, il pogo fra le prime attivissime file riesce a rivelarsi anche un momento selvaggio e liberatorio che si conclude fra risate e scambi di contatti su facebook.

Potrei ancora parlare del palco che doveva ruotare a 360° ma che in realtà ha ruotato raramente, o di Chris per il quale, una sigaretta dopo l’altra, suonare a tre metri di altezza non doveva sembrare molto diverso da una serata in sala prove, o dei palloni farciti di coriandoli lanciati sul pubblico durante Plug in Baby (saranno avanzati dallo scorso tour? ) ma giuro, poi non sarei più in grado di fermarmi: c’è troppo da dire, troppo da raccontare e commentare dopo un concerto dei Muse…

Esco dal Palaolimpico e non so descrivere come mi sento: così piena di immagini, emozioni, carica e allo stesso tempo svuotata da ogni altra sensazione, un sacchetto vuoto in balia del vento. Sarà la tristezza o la malinconia post concerto che aspetta impietosa al varco, poco importa: ci si rimette per strada affrontando la nebbia per tornare a casa e all’autogrill è fin troppo facile riconoscere altri reduci come noi quando le dita accennano l’intro di New Born sui tasti di plastica di una tastiera giocattolo…ragazzi, che concerto!

(c) photo credits: Michela Castelluccio

Denise Cucci

MEI 2009:immagini, resoconti, impressioni sulla tredicesima edizione del meeting degli indipendenti

Pensieri sconnessi e a tratti sovrapposti, un post sbornia che inizio a smaltire solo dopo due giorni: ecco cosa è stato per me il MEI. E credetemi, è indicibilmente difficile trovare il bandolo della matassa all’interno del caos mentale accumulato lo scorso weekend: se fossi un computer in questo momento comparirebbe un pop-up lampeggiante a gridare“OVERLOADED” tanta è la mole di stimoli, informazioni ed imput raccolti nell’arco di 72 intensissime ore.

Partiamo dalla definizione: nel caso non sapeste cosa stanno ad indicare queste tre lettere maiuscole, basta sfogliare le pagine virtuali di google per scoprire che si tratta del Meeting delle Etichette Indipendenti, che si tiene a Faenza e che dura tre giorni. Quello che invece potete scoprire solo vivendolo sulla vostra pelle è che il MEI, per musicisti, artisti o semplici fanatici come la sottoscritta, è un luogo di perdizione che ospita contemporaneamente l’Inferno e il Paradiso.

È il Paradiso perché in questi tre giorni a Faenza la musica si espande e infetta ogni singolo atomo: si vive musica a 360 gradi, per strada, al bar, al ristorante, nel parcheggio. E questo senza considerare la fiera vera e propria: tre padiglioni straripanti di tutto –mini succursali mobili di emittenti radiofoniche, label, operatori, rappresentanti di premi e concorsi, espositori, strumenti musicali, facce note e facce sconosciute, birra, guitar hero, musicisti, musicisti, musicisti, musica, musica, musica, rumore. E poi conferenze, dibattiti, concerti, premiazioni, e i tendoni.

E qui si affaccia l’Inferno.

I tendoni ospitano concerti –praticamente– nonstop dal mattino (talvolta a orari discutibili) fino a sera, le condizioni per le esibizioni delle band non sono propriamente ottimali (ambiente esteticamente asettico, scarso coinvolgimento degli organizzatori, carenze e generica e diffusa disorganizzazione) e la sensazione generale è che si voglia fare un po’ di tutto, tutto assieme e senza troppa convinzione.

Al MEI si è testimoni dello scontro fra due correnti di forza uguale e contraria: da un lato l’esuberanza alimentata dall’entusiasmo di chi cerca qui un’occasione per muovere quel passo decisivo verso l’obiettivo di una vita, dall’altra il disincanto di chi al MEI ormai è di casa e non si aspetta più un granché. Belle speranze, determinazione e occhi luccicanti contro sbuffi stanchi e annoiati e mal di testa.

Eppure, in questo pandemonio circense in cui mi ritrovo persa come Alice nel Paese delle Meraviglie, la mia testa trova lo spazio per cristallizzare flash e immagini animate: l’allegria della P-Funking Band, l’impressionante abilità vocale ed espressiva di John De Leo e la suggestiva performance dei Musica Nuda al Teatro Masini; i 18 minuti e mezzo di set deiTwo Left Shoes, ai quali spetta una menzione d’onore che va al di là della più che discreta performance (e ripeto, le condizioni erano tutto meno che ottimali per le band che si esibivano):  succede infatti che una maledizione cali sul gruppo sotto forma di un’ernia del disco che colpisce uno dei chitarristi, Luigi. Ma nulla dei suoi tormenti interiori viene lasciato intuire al pubblico che si gode, invece, in piena libertà i ritmi spensierati dei loro brani, classicamente indie-rock tanto nel concept quanto nella realizzazione.

Ci spostiamo al tendone E, colonizzato da Indipendulo, una matrioska musicale, un festival nel festival dove ci vengono riservati momenti musicalmente epici come lo show dei Thank You For The Drum Machine –imperdibile! – il set dei No Seduction –visceralmente coinvolgenti –e last but not least i superbi Trabant.

Impossibile non spendere due parole di merito per l’organizzazione di Indipendulo che, per uccidere sul nascere i tempi morti, ha pensato bene di suddividere in due metà distinte il palco in modo da procedere ai vari cambi palco su una delle due metà mentre al lato opposto si procedeva con le esibizioni: una soluzione che, per quanto non esteticamente appagante, ha garantito continuità allo spettacolo eliminando i frustranti tempi di attesa che il pubblico dei festival è ormai rassegnato a subire.

Lascia l’amaro in bocca –e non è un gioco di parole– l’essermi persa la performance degli Amarima purtroppo altri impegni in altri luoghi reclamavano la mia presenza, indi(e) per cui…sarà per la prossima occasione!

Ci sarebbe ancora molto, troppo da raccontare, ma il rischio è che il pop-up urlante compaia anche sui vostri schermi cerebrali, per cui decido di fermarvi qui. Ma se la musica per voi è qualcosa di più di un semplice divertissement occasionale, vi consiglio vivamente di calpestare questi pavimenti lerci e umidicci almeno una volta nella vita e sottoporvi, come ho appena fatto io, a questa impagabile ed imperdibile tortura.

Soddisfa la tua voglia di Rock!

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